Intervista al ricercatore Luciano Mutti sulle terapie sperimentali

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Posted on 10 ottobre 2016

Casale Monferrato | 01/07/2013 —Conseguito il risultato della conferma della condanna per i responsabili della multinazionale Eternit da parte della Corte d’Appello, la vera emergenza su cui concentrare tutte le forze è quella della ricerca di nuove terapie per le malattie asbesto correlate.
Recentemente è stata annunciata una collaborazione tra ASL AL, ASO di Alessandria e Università del Piemonte. Basterà a offrire le risposte che servono? E cosa succede nel mondo scientifico – a livello internazionale – in merito alla ricerca sul mesotelioma?
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Luciano Mutti – presidente del GIME, Gruppo Italiano Mesotelioma e ricercatore tra i più attivi a livello internazionale – che da un decennio ormai ha un rapporto con la nostra testata proprio su questi temi.

Senta dottor Mutti, parliamo un po’ di terapie sperimentali? L’ultimo giro d’orizzonte che avevamo fatto per il nostro giornale risale ormai al novembre del 2011, mi pare… Poi ci siamo dedicati a servizi specifici sulla ricerca finanziata dalla Fondazione Buzzi.
Ci sono trial interessanti attualmente? Quali danno maggiori speranze?

Ci sono molti trials. Alcuni – come quello che sta facendo Hassan Raffit a Washington – o quello di Siena o quello degli Olandesi con WTI (un vaccino) sono molto incoraggianti. E guardacaso sono tutti e tre di immunoterapia, mentre quelli che usavano farmaci mirati sulla proliferazione cellulare sono in gran parte falliti.
Il metabolismo del mesotelioma è molto diverso da quello di altri tipi di cancro e dobbiamo migliorare la conoscenza di queste caratteristiche per “cambiare passo”.
È anche il contenuto della “expert opinion” commissionata da “Expert” in Investigational drugs, una rivista che chiede agli esperti internazionali di parlare del futuro dell’utilizzo di farmaci nelle malattie di cui sono specializzati.

E lo stiamo facendo questo sforzo, oppure no?
Grazie alla Fondazione Buzzi… sì. lo stiamo facendo, con gli studi di Laura Moro dell’Universita di Novara e Stefano Biffo, del San Raffaele di Milano, docente all’Universita piemontese, sede di Alessandria.
Il primo è sulla “respirazione” cellulare, l’altro di “traduzione” del DNA.
Interferire con le anomale di queste due funzioni cellulari sembra essere molto più efficace che contrastare semplicemente la proliferazione.
In particolare Raffit a Washington usa una tossina trasportata da un anticorpo specifico per il mesotelioma che, giunta sulle cellule, le uccide.
Comunque quello che emerge dagli studi è che la chemioterapia non offre speranze, neanche in prospettiva.

Senta quando dice molto incoraggianti che cosa intende? Sa bene che chi si ammala solitamente non vuole lasciar nulla di intentato, ma neppure essere illuso di soluzioni inesistenti.
Intendo terapie che aumentano in modo significativo la sopravvivenza. La percezione che abbiamo è anche che per i pazienti che rispondono ci sia un buon miglioramento della qualità della vita.

Ci sono trial attivi, quindi? Dove? Si può accedere?
In Italia c’è la terapia immunoterapica di Siena e presto ne verranno attivati altri due.
Per quello di cui facevo cenno a Washington l’arruolamento è aperto… purtroppo con problematiche serie rispetto ai costi della trasferta.
In particolare la terapia immunoterapica di Siena ha dato risultati cosi incoraggianti che verrà applicata in uno studio mondiale che coinvolgerà USA, Europa ed Australia.

Senta ma possono essere realizzati questi trial qui da noi? Cosa occorre?
Qualunque struttura che abbia un minimo di esperienza in trials può partecipare. In genere si organizzano visite dei centri per capire se ci sono i requisiti minimi (personale, sistemi informatici, stoccaggio dei farmaci). Quando ci sono le risorse si fanno anche visite di monitoraggio anche durante la sperimentazione.

Quali percorsi si seguono in genere per realizzarli, secondo la prassi internazionale?
Si chiama Good Clinical Practice (GCP) ed è uguale in tutto il mondo. Sono i metodi per l’approvazione etica, monitorare gli effetti (anche collaterali ) sui pazienti, valutare le risposte, conservare i dati, etc.

È quanto sta accadendo anche qui da noi oppure no? La mia impressione è che qui si stia costruendo un “molosso” burocratico. Si parla di incarichi, di organizzazione, di struttura ma non di terapie. O magari ci sono idee che sfuggono alla comunicazione pubblica…
Tanto per fare un esempio: in Inghilterra per assegnare le risorse ai gruppi di ricerca hanno interpellato 15 esperti in tutto il mondo (tra cui lo stesso Mutti, ndr), che hanno individuato tre filoni di ricerca. Su questa base hanno fatto un bando per progetti in questi ambiti.
I progetti sono stati valutati “in cieco” e i migliori tre, sono stati finanziati. La valutazione si è basata su bontà del progetto ed esperienza (giudicata dalle pubblicazioni sull’argomento)
In Italia l’ex ministro Balduzzi sembra abbia deciso che c’erano tre istituti pieni di esperti e, senza nulla (bando etc.) che abbiano deciso un percorso ad hoc! per i finanziamenti.

E il risultato?
Be’ purtroppo pare si tratti di progetti già vecchi, come quello sulle staminali su cui il Regina Elena che mi aveva invitato a fare un seminario un anno fa proprio perché volevano “cominciare a lavorare sul mesotelioma”.
O altri datati a 5/6 anni addietro, tipo quello sulla sensibilità alla chemioterapia.
Ma si sa quel che si sa… l’operazione è nel complesso… “opaca”.

Senta ma così… “pour parler”… qui si dice che le pubblicazioni non contano niente se si tratta di dimostrare delle competenze… Che cosa conta allora?
L’esperienza clinica serve a trattare i pazienti con quello che c’è a disposizione.
E per il mesotelioma c’è o poco o niente nelle strutture sanitarie italiane.
Chi si interessa di un argomento ne approfondisce gli aspetti, apre prospettive facendo ricerca.
L’unico modo accettato nel mondo per comunicare questi progressi è pubblicare i risultati su riviste internazionali che accettano o meno i lavori, dopo una revisione critica della bontà del lavoro stesso.
Se questo non viene compreso è un problema: significa che si è completamente estranei al mondo scientifico…
Ma il problema è ancora più grave se si propone un argomento falso anche ai pazienti come fosse una verità, condizionando – in questo modo – la loro determinazione a provare strade nuove che potrebbero dare qualche speranza.

Ma allora rischiamo di trovarci di fronte a scelte e a un’ottica burocratica, di correnti, baronìe, potentati… invece che di competenze vere?
Rischiamo…

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